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L’idea parte da un gruppo di ricercatori di Enea, Università di Verona e Viterbo, CNR e ISS e consiste nell’impiego delle “biofabbriche” 

 per la produzione di vaccini contro il covid e simili. Le biofabbriche sono coltivazioni di piante utili alla sviluppo di farmaci.

Secondo i ricercatori per rispondere alla domanda crescente di farmaci a livello nazionale, sarebbe sufficiente una serra di 12.500 metri quadri per la produzione di bioterapeutici. Questi non sono altro che medicinali composti da principi attivi ricavati da fonti biologiche, come chiarito dall’Oms, tra l’altro già ampiamente utilizzati nel trattamento di malattie gravi come tumori, malattie autoimmuni e diabete. A sostegno di questa ipotesi c’è la piattaforma Plant Molecular Farming, che già supporta in altri Paesi la produzione di biofarmaci.

I ricercatori sostengono che ricorrere alle piante per la produzione di bioterapeutici sia vantaggioso in termini di costi oltre che più sicuro. Le piante necessitano infatti solo di acqua, luce e nutrienti e la realizzazione delle strutture richiede un costo inferiore rispetto alla realizzazione degli impianti produttivi tradizionali.verdure Infatti notevolmente superiori risultano essere costi sostenuti per la produzione delle molecole provenienti da cellule animali.

Le procedure per estrarre dalle piante la proteina necessaria allo sviluppo del farmaco, consistono nell’innesto all’interno del Dna della pianta di un gene che contiene il codice per la sintesi proteica. Già si parla di come l’agricoltura molecolare vegetale possa rappresentare una valida strategia per combattere malattie come il COVID-19.

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